mitomania

Ci sono delle cose che succedono a prescindere da te – perlomeno, a me succedono spesso. Tipo ad esempio ieri sera ho avuto un’agnizione e mi sono resa conto che un tema a me molto caro e che sto frequentando ormai da un bel po’ attraverso libri, serie tv e documentari è quello dei mitomani.

Sarà perché sto molto su internet, dove la mitomania è praticamente l’unico mezzo espressivo esistente, o sarà che i social media e il concetto di filtro instagram hanno in qualche modo istituzionalizzato l’espressione attraverso la finzione. (fingiamo che “finzione” sia un termine semplice.)

E insomma il tema del mitomane è ricorrente, presente ma sopratutto per me interessante come un mistero, come un abisso: non è mai solo il mitomane in sé ma la gente che gli crede, che gli va appresso, che si compra tutto. Mi affascina però non perché so che non potrebbe succedere a me, ma perché comprendo che è possibile succeda a tutti.

Il fatto è che a sentirle raccontare le storie di mitomani ti sembrano sempre tutti imbecilli, quelli che gli sono andati appresso, tutti coinvolti nelle loro malefatte, tutti etichettabili come “non poteva non sapere”.

Ma il punto secondo me è che noi NON VOGLIAMO sapere. Se quello che ci raccontano ci piace e ci suona bene non abbiamo motivi validi per cercare di dimostrare che sia falso. Salvo poi scuotere la testa allibiti, di fronte alla sensazione di imbarazzo di esserci anche noi cascati come delle pere cotte, noi che con la nostra sagacia pensavamo di essere immuni da questi trucchetti circensi.

Non sto pensando soltanto a chi pubblica foto di reportage NatGeo spacciandole per sue (lì in effetti è veramente difficile cascarci, ma posso produrre prove che è successo), penso anche a chi fonda sette, religioni, o aziende che poi vengono anche finanziate per miliardi da parte di VC che evidentemente sono squali ma col cuore di panna.

Proprio nel documentario sugli squali col cuore di panna di cui sopra (The Inventor) si dice una cosa che credo sia il nocciolo di tutto: la nostra mente è progettata per ricordare le storie, non i dati.

Io tra l’altro sono d’accordo (e lo dico dall’alto del mio sguardo da mucca che osserva il treno ogni volta che mi si apre una schermata di numeri sul computer): chi se ne frega dei dati, i dati da soli non parlano, e infatti non li ascolta nessuno. (Vedi vaccinazioni, effettiva presenza di cattivissimi migranti scrocconi nel nostro paese, e tutti i campi in cui il questo lo dice lei ha preso il posto dei dati.)

La predominanza della mente sulla realtà – esiste quello che ho io nella capoccia, non quello che esiste effettivamente, e d’altra parte se non ci fossi io ad osservarlo interpretarlo e ricrearlo come dico io nella mia capoccia, esisterebbe? – per me è un fatto, come quando quelle deliziose scarpe di quel meraviglioso punto di blu e il tacco grosso erano poi nere e senza tacco.

Questo non toglie però che quando scopri di esserci cascato con tutte le scarpe ci resti male. A me è capitato solo due volte.

Una a 14 anni, quando scoprii che quella che per me era la maestra di vita, il faro da seguire, in realtà non era andata neanche a uno dei fichissimi concerti che millantava, e la sua vita rock’n’roll era praticamente monacale come la mia. (No, vabbè, la delusione io LA SENTO ANCORA.)

L’altra a 19 anni, quando il tizio con cui uscivo mi raccontava che lui era una guardia del corpo in incognito e cose del genere. In questo secondo caso a me non interessava praticamente niente delle attività super segretissime di questo qui, per cui non ho fatto neanche lo sforzo di chiedermi se gli credevo. (L’indifferenza è l’altro grande brodo di coltura dei mitomani, anche pericolosi, vedi L’Avversario di Carrère.) Solo che, quando poi sono andata a cercarlo a casa per motivi che non ricordo, ho scoperto che quella che mi aveva indicato come “dependance di casa” era in verità il miniappartamento del portiere del palazzo, di cui lui era figlio. Nullafacente. In quel caso più che lo shock c’è stato un momento in cui mi si è rimpicciolito il cuore, gelato, stretto nella morsa della consapevolezza di quanto doveva essere triste, la vita di questa persona che fingeva di essere una persona importante. Il giudizio, ormai emesso, me lo ricordo nei suoi occhi, che si erano accorti del disprezzo nei miei, e in quella volta che mesi dopo mi citofonò cercandomi e io risposi che non c’ero, consapevole che lui sapeva che al citofono ero io.*

I mitomani sono degli stronzi ma al tempo stesso dei poracci, e la cosa è quella: ti fanno pena ma schifo ma pena ma li vorresti menare ma ti fanno tenerezza ma speri muoiano ma poi li compatisci. Questo, chiaramente, al netto di azioni perseguibili per legge o che possano mettere in pericolo le vite altrui: lì sei stronzo veramente – oppure no, è solo un supremo modo di essere vittime della propria mitomania?

Nescio sed fieri sentio.

Quindi ieri sera dopo aver visto il documentario HBO sul caso Gipsy Rose ho avuto l’illuminazione: era arrivato il momento di leggere L’Impostore di Javier Cercas. Ce l’avevo nel Kindle da due anni. Ma le cose alle volte stanno solo aspettando il momento giusto per succedere. A prescindere da te.

*(Però “pallista, bugiardo, mitomane, ridicolo” in faccia non gliel’ho mai detto. Gli ho mentito anche io, in un certo senso?)

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(Bojack Horseman, s02e12)

«Hello?»

«Hey, Diane.»

«Hey. Uh…»

«So… How’s Cordovia?»

«It’s… hard.»

«Do you know where the batteries are?»

«What?»

«The batteries in the remote died.»

«Did you check the junk drawer?»

«Yeah, I looked in the junk drawer. I’m gonna take them out of the smoke detector.»

«No, don’t do that.»

«Well, I’m out of options. Listen, I know this sounds crazy, but I think maybe you should get back here so you can help me find the batteries.»

«Yeah?»

«I know you’re doing important work and it’s a long way to travel, but I need you here and I think you should come home.»

«Is that really what you want?»

«Of course it is.»

«Well, okay, I’m looking at this website right now and it says if I leave immediately, I can still make it home tonight.»

«That sounds great.»

«I love you.»

«I love you, too, Diane. You know, it’s the funniest thing. There is a woman in this restaurant who looks just like you.»

«I guess I just have one of those faces.»

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twelve

«Well, you’re fucking throwing Luke in my face.»

«Excuse me? When do I do that? What does it even mean?»

«Your perfect marriage? Like those fucking assholes?»

«Get over here. Come over here.»

«What?»

«There’s not a perfect marriage. It’s the same guy every night. Even when you’re sick of each other. Even when he can never seem to figure out how to load the fucking dishwasher. Do you know why? Because he’s an infant. Who wants that? Not me. Blech. Perfect marriage. Insane.»

[The Handmaid’s Tale, s02e07]

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gli occhi degli altri

L’enormità degli accadimenti belli o brutti, nella vita, l’ho sempre vista negli occhi degli altri.
Il mio matrimonio, negli occhi di mio padre quando mi ha vista con l’abito.
La perdita di un genitore, negli occhi di una compagna di classe durante la veglia in casa sua.
L’attentato a Falcone, negli occhi di mia madre davanti alla tv.
Non saprei dire come stavo io, ma mi ricordo benissimo – e mi ricorderò sempre – come stavano loro.
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Men Against Fire

Nel quinto episodio dell’ultima stagione di Black Mirror, un soldato a un certo punto non riesce più a vedere le cose tramite il sistema elettronico di visione che gli è stato impiantato, ma è costretto a guardarle con i suoi occhi. Ugualmente è all’improvviso costretto a sentire gli odori e percepire la realtà al di fuori del filtro elettronico impostogli dalle regole di ingaggio militari cui si è volentieri sottoposto quando si è arruolato. Il modo in cui il soldato guarda la realtà senza sistema di decodifica preimpostato, su cui ha basato il suo addestramento e le sue certezze, gli provoca shock, perché si rende conto che i principi per cui lotta e rischia la vita sono delle bugie senza alcun fondamento nella realtà. D’un tratto, caduto il sistema di pensiero, la giustificazione e l’intero castello di carte, capisce che non fa niente altro che uccidere persone esattamente come lui.

Ma dietro il disgusto, la raggiunta consapevolezza delle menzogne, la necessità morale di non ripetere più gli abomini, sta ben nascosto ma ben presente anche il rimpianto. Come si fa a vivere dentro una pantomima, una volta che hai visto gli attori senza maschera? Questa efficace rappresentazione non ha soluzione al di fuori della narrazione di fiction e provoca in genere una rottura da cui non si torna più indietro. Nel mondo distopico di Black Mirror, invece, il rimedio esiste: cancellare la memoria di quello che è successo, essere riammessi nel mondo rassicurante e passare il resto della vita in ammirazione di uno scenario in rovina, convinti dai filtri bellezza che sia lo spettacolo più meraviglioso di sempre.

Black Mirror ancora una volta porta la distopia nel documentario, non tanto nell’interpretazione metaforica del sistema di pensiero degli obblighi militari, quanto nell’esposizione del disagio provato davanti alla percezione della realtà senza filtri.

Che i militari abbiano bisogno di credere nello scopo della loro missione per uccidere lo sapevamo; che la percezione priva di filtri bellezza sia disfunzionale alla vita in società, qualcosa da non augurarsi e da cui fuggire, è un pensiero da scacciare e tenere lontano, perché è un attimo e torniamo anche noi a sentire l’odore delle cose.

Per esempio, stamattina, di fronte alla solita teoria di video sgranati di gente ubriaca nelle Stories Instagram, m’è venuta un’angoscia esistenziale infinita. Cazzo c’avete da ridere? Ma non era meglio quando non avevamo gli strumenti per constatare quanto non interessanti e tutte identiche fossero le nostre esistenze? Per oggi non credo sia possibile tornare indietro. Domattina speriamo si resetti tutto.

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matrimonio a prima vista

Il 19 maggio su sky uno è andata in onda la prima puntata di “Matrimonio a prima vista – Italia”, un reality in cui un uomo e una donna decidono di sposarsi senza essersi mai visti prima. Il giorno in cui si sposano è anche il giorno in cui si vedono per la prima volta.

Il format lo conoscevo già, lo avevo visto in versione originale americana, ma in qualche modo vederlo tradotto nella lingua dei nostri matrimoni me lo ha fatto vedere con occhi diversi: i parenti (che negli Stati Uniti praticamente neanche si vedono) che ci rimangono male, il rapporto con gli amici e le famiglie, il nostro rito civile.

Se le grandi storie nascono dalla messa in conflitto di diversi personaggi, in un ambiente che li costringe costantemente a scontrarsi (Ombre Rosse, anyone?), il matrimonio è la Casa del Grande Fratello definitiva, e da questo punto di vista è la logica e inevitabile conclusione del filone dei reality di interazione umana.

E siccome l’interazione umana è un reality, è anche la cosa più sensata che il matrimonio sia in un certo senso la conclusione – nel senso del compimento – dell’interazione umana in quanto tale.

Le spose che prima di entrare a conoscere il loro sposo – davanti a tutti: i genitori e gli amici, i genitori e gli amici di lui – si mettevano a piangere, agitate, e gli sposi che sudavano aspettando che si aprisse la porta, mi hanno commosso: non solo perché evidentemente ho qualche ormone fuori posto, o perché io ai matrimoni piango, anche a quelli che si celebrano su RealTime. Mi hanno commosso perché ci ho visto degli assoluti umani, in quell’agitazione: chi non è agitato, pochi momenti prima del suo matrimonio? Chi non ha paura, prima di compiere quello che dovrebbe essere il suo passo definitivo nel mondo delle relazioni? Chi non esita, prima di iniziare il resto della sua vita con qualcun altro? La paura di star facendo una cazzata, la più grossa della vita, ce l’hai anche se la persona che vai a sposare la conosci da dieci, cinque o tre anni. La speranza di riuscire a costruire qualcosa, la voglia di farlo, anche. La coscienza di un salto nel vuoto, di entrare in qualcosa di gigantesco e terrificante, ma al tempo stesso magnifico e indispensabile, c’è in egual misura.

Forse il matrimonio tra estranei è la forma più pura di matrimonio, la rappresentazione più precisa: l’ingresso con una carovana di elefanti dentro la vita di qualcun altro, la condivisione imposta degli spazi, della colazione, del telecomando; la messa di fronte al fatto compiuto dell’esistenza di qualcun altro oltre a se stessi.

Conosco una persona che dice sempre che il matrimonio è una cosa contro natura: e ha ragione. La natura è stare comodi, per cazzi propri, non dover discutere allo sfinimento su temi come a che ora uscire di casa. La natura è dormire in un letto con spazio a disposizione, senza il rumore di qualcuno che russa a tremila decibel. La natura è non dover discutere di cosa mangiare, non dover chiedere il parere di qualcuno sulle proprie scelte, non doversi sforzare di esprimersi o farsi capire, non dover rallentare perché altrimenti la persona seduta sul sedile passeggero va in ansia. Pensare di fare qualcosa che vada contro la natura, contro la perfetta solitudine egoistica per cui siamo ovviamente stati programmati è da folli, da sconsiderati, da destinati al fallimento.

È in questa follia senza senso che per me sta il senso dell’amore.

Scegliere scientemente di andare contro ogni tendenza naturale per dividere la pizza, le serie tv, il letto, l’acqua del boiler, in uno squilibrio collettivo che ti fa pensare, mentre tutte le evidenze scientifiche dicono il contrario, che le cose si facciano meglio in due.

Questo è il motivo per cui gli sposi che non si conoscono mi commuovono: loro non lo sanno, ma è così per tutti. Ogni giorno. E la cosa incredibile è che invece di chiederti chi te l’ha fatto fare, ti chiedi come potresti mai fare senza.

Dopo dieci anni (sì, dieci anni oggi) ho smesso di cercare di capire il perché di questa anomalia: è la cosa più bella che mi è mai successa, la cosa più grande che ho mai fatto, e forse non voglio sapere come funziona, non mi interessa. Voglio solo continuare a farla ancora per tantissimo tempo.

Auguri, amore. Buon anniversario.

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di Parigi, paura e porte aperte

A Parigi in questi giorni c’era l’Open Airbnb, il meeting mondiale degli host Airbnb. Due settimane fa, a un meetup romano, ho conosciuto una signora che sarebbe andata all’Open e a visitare Parigi per la prima volta, non mi ricordo se col marito o meno, lasciando a Roma figli e cane. Il mio cervello aveva difficoltà ad elaborare l’informazione di quello che stava succedendo ieri sera nel suo complesso, e continuavo a pensare a questa signora che non aveva mai visto Parigi, ai figli e al cane a casa, a come si può morire così. Alla faccia dell’ospitalità e di aprire le porte, mi sono detta, Airbnb ha scelto proprio un momento perfetto per fare il meeting mondiale, poracci.

E invece poi i Parigini le hanno aperte sul serio, le loro porte, e lì ho capito che è rimasto un solo modo di reagire. Bisogna smettere di avere paura, non cedere alla tentazione di rinchiudersi dentro casa a doppia mandata. Non mi era mai stato chiaro come adesso che non si risponde alla morte con la morte, che l’unico modo di rimanere vivi è continuare a vivere.

La signora poi ho saputo che sta bene, e non sono mai stata così felice di avere consegnato la mia esistenza a Mark Zuckerberg.

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Due parole sul diritto al bacon

Eventualmente qualcuno avesse voglia di informarsi, invece di condividere le cagate di Repubblica e altri luminari del settore alimentazione che al posto di notizie e studi pubblicano slogan cretini, ecco alcuni suggerimenti.
Libri:
Pollan, leggetevi tutto, cominciate con “Il dilemma dell’onnivoro”.
Schlosser, “Fast food nation”.
Moss, “Salt Sugar Fat”.
Bressanini, “Pane e bugie”.
Documentari:
“Fed Up”
“Food Inc.”
Ho un quoziente intellettivo nella media, mangio carne e cibo spazzatura abbastanza regolarmente e sono stata capace di informarmi senza andare nel panico temendo che il mio sacro diritto alla salsiccia mi venisse tolto. Ho anche letto “Se niente importa” di Safran Foer senza diventare vegetariana, pensate un po’! (Ma non ve lo consiglio perché non ci deve essere neanche l’ombra del sospetto che qui si stia parlando di veg o non veg, e per lo stesso motivo non vi consiglio il documentario “Fork over knives”.) Daje, potete farcela anche voi. Oppure potete continuare a pensare che “mangiare” sia ancora un atto naturale, nel 2015, e che non sottintenda alcuna scelta, e non necessiti di informazione o consapevolezza. In fondo una cosa che si fa quattro volte al giorno tutti i giorni per tutta la vita che importanza vuoi che abbia.
Distinti Salumi.

(originariamente postato su FB)

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contro la sagacia coatta

È iniziato con la sagacia generica. Tutti devono essere sagaci, tutti devono avere qualcosa di brillante e azzeccato da dire. Le frasi fatte e i luoghi comuni sono ritenuti imbarazzanti, non si può accettare una conversazione che non sia sopra un certo livello di ironia, citazioni colte, riferimenti intelligenti. Fare conversazione è diventato estenuante: un continuo duello con l’avversario, una gara a chi la dice più bella, la riduzione di qualsiasi argomentazione a battuta, motto arguto, headline che inizia in un modo e però poi invece finisce con una sorpresa e fa ridere. Madonna che palle, non puoi salutarmi e basta? No, hai questa necessità, mentre mi saluti, di farmi sapere quali film hai visto, libri hai letto, canzoni hai ascoltato. Mi viene voglia di alzare la radio, sperando che passi una canzone che ti fa schifo, per farti tacere o fuggire e liberarmi da questa pantomima.

La forma scritta, che io ingenuamente avevo sempre ritenuto un modo perfetto di comunicare, perché dava il tempo di esprimersi, di trovare le parole, è diventata invece, proprio per l’opportunità di potersi fermare a trovare le parole, la doppia mandata della prigione: adesso non esiste più nemmeno l’esprit de l’escalier, impossibile rimanere senza parole, farsi venire in mente la risposta giusta quando è troppo tardi, come tutti gli esseri umani normali. Si poteva, per fare qualcosa di nuovo, stare zitti, e invece no. È un turbine di sgomitate e soddisfazione per quanto si riesce a essere intelligenti, furbi, rapidi.

Ormai non ci si salva neanche più con «i depressi, che sollievo»: anche loro hanno scoperto il modo di ammorbarci con le battute argute su quanto sono depressi e quanto è brutta la loro vita. Come se fosse un vanto avere una vita brutta, e assillare il prossimo con la propria mancanza di entusiasmo, espressa però in modo molto divertente. (Che poi vabbè, ci si potrebbe anche interrogare sulla definizione di “divertente”, ma non è questa la sede.)

Che questa sagacia coatta abbia sostituito ogni forma di pensiero appare chiaro soprattutto pensando a quella che una volta, quando eravamo fortunati e si stava meglio quando si stava peggio, e lo small talk era una cosa normale (d’altra parte di cosa cazzo devi parlare con la gente che conosci a malapena), era chiamata la livella: la morte, di fronte a cui gli orpelli umani diventano infiocchettamenti inutili. La morte, quando non c’è mai la cosa giusta da dire, e allora sì, «Condoglianze» è l’unica soluzione sensata, l’unica possibile, e va bene così. Ecco, no. Oggi abbiamo creato questa bellissima innovazione di prodotto che è la sagacia coatta applicata all’ambito funerario: anche la morte di qualcuno, adesso, è occasione di sfoggio di competenza nella redazione di frasi brillanti.

Le battute ci hanno rubato l’anima, la sensibilità, la vita. La sagacia coatta ha sostituito il contenuto della comunicazione con la sua forma. Non ha più un senso dire qualcosa, se non provoca sgomitate. Non ha più senso esprimere qualcosa, se non serve a raccogliere consensi.

Ero già stanca della sagacia coatta dieci anni fa, quando sognavo di sostituire le magliette con le scritte intelligenti con abiti da impiegati del catasto; adesso è proprio odio, voglia di seppellire i raffinati battutisti sotto una slavina di luoghi comuni, banalità, frasi fatte.

D’altra parte, se qualcuno queste frasi le ha fatte, ci sarà un motivo: ed era proprio quello di impedire alla gente di parlare a cazzo, risparmiandoci le esternazioni brillanti, per lasciarci a riflettere su quello che succede, invece di pensare a come commentarlo meglio degli altri.

Ma noi no, noi dovevamo per forza fare i simpatici.

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quando ha chiuso Il Bagatto

Il Bagatto era il pub della gioventù maledetta, le poche volte che sono riuscita ad andarci (stretta tra coprifuoco anacronistici e fughe notturne improbabili) mi si sono impresse a fuoco nella memoria le immagini di questi ragazzi grandi coi cappotti di pelle, i maglioni sdruciti, gli anfibi. Il fumo che faceva la nebbia, fumo di sigarette eccetera, e questi ragazzi che erano tutti bellissimi, che sembravano tutti usciti da un video dei Nirvana. Mi bevevo una Dudemon in un sorso e mezzo, e mezz’ora dopo ero già così concia che sicuramente quei ragazzi non erano poi così belli, ma insomma, quello che conta è il ricordo, la gioia di quelle mezz’ore in cui sono riuscita ad esserci, il modo in cui mi sentivo: padrona del mondo, fighissima, al centro dell’universo, anche se era un pub piccolissimo, in una piazza piccolissima, in una città alla periferia dell’impero, in cui il massimo che poteva succedere era NIENTE, ASSOLUTAMENTE UN CAZZO. A un certo punto, credo fossi all’ultimo o penultimo anno di liceo, il Bagatto ha chiuso: la fine di un’epoca, la fine di un sogno. Ha riaperto, tempo dopo: sotto forma di pub pettinato. Ma anche se fosse rimasto sporco, non sarebbe mai stato più lo stesso, era ovvio.

Poi c’è stato il Blackout. Ci andavo tutti i giovedì, con gli ingressi gratis dei flyer raccattati da Disfunzioni Musicali e le lattine di birra infilate in tutte le tasche interne, esterne e tutte le maniche possibili. Ero diventata un’habitué del quartiere e trovavo subito parcheggio nella piazza del mercato sotto via Saturnia, coi buttafuori ci salutavamo come amici. Al Blackout c’era una specie di comitiva (anche se non ci conoscevamo), formata dai classici tipi da serata rock, cui avevo affibbiato soprannomi come alla gente dei paesi: il cicciottone che fa headbanging (Arancina), quello magro allampanato calvo che si gasa per i CCCP (Sify, da sifilide) il darkettone accompagnato dalla figa spaziale in mutande che balla solo le canzoni dei Cure (Marylin Manson), la bonazza col body strappato che balla da sola (Anouk). Non mi ricordo quando ha chiuso, lasciando spazio a una pizzeria (premonizione dell’importanza che i carboidrati avrebbero preso nella mia vita, al posto del ballo), non so più se ero ancora all’università o già a Milano. E poi ha riaperto. In un altro posto, sulla Casilina, ero già di nuovo a Roma. Sono andata alla serata inaugurale, ma ovviamente, e non solo per ragioni di location, non poteva più essere la stessa cosa.

La stessa importanza epocale del Bagatto e del Blackout per me l’ha avuta Friendfeed. Ci ho conosciuto la quasi totalità delle persone che frequento a Roma, oltre a un sacco di altra gente che vive altrove, con cui parlo quotidianamente (con modi di dire autoctoni che da tempo uso anche offline) e che spero sinceramente di incontrare o rivedere presto. Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei corso quasi ottocento chilometri da maggio scorso a oggi (non vi ringrazierò mai abbastanza). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai imparato a truccarmi da signorina (non sto scherzando). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai potuto rendermi conto che senza discussioni non c’è neanche dialogo (imparare dai flame, guarda già come la malinconia migliora i ricordi). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai potuto assistere ai meravigliosi incidenti stradali, allo svisceramento di tutte le tematiche importanti dell’universo, alle battaglie ideologiche del pesto contro il ragù, alla genesi, evoluzione e scomparsa di personaggi mitici come Monique e Luisa8. Vabbè, è impossibile spiegare cosa succede quando ti chiude il baretto del cuore, perché non sta chiudendo solo il baretto ma sta finendo un’epoca, e le epoche non tornano. Quando ho iniziato a leggere La Banda dei Brocchi mi hanno subito detto che il seguito del libro, Il Circolo Chiuso, non è bello uguale. È vero, ma solo nel modo in cui essere grandi, con le rogne e le bollette, non è bello come essere ragazzini, avere tutta la vita davanti e pensare ancora che tutti i propri sogni siano realizzabili. Però possiamo sempre diventare vecchi babbioni rincoglioniti insieme, e questa, per quanto mi riguarda, è la più bella prospettiva.

See ya on the other side, brotha.

ps: se ci fosse stato Friendfeed ma non ci fosse stato Achille, non so se mi sarei iscritta. È lui che, alla fine del 2008, me ne parlò. Achille è anche il blog nel cui blogroll c’era quello che poi è diventato mio marito. Achille, forse ti devo qualche migliaio di birre.

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