Men Against Fire

Nel quinto episodio dell’ultima stagione di Black Mirror, un soldato a un certo punto non riesce più a vedere le cose tramite il sistema elettronico di visione che gli è stato impiantato, ma è costretto a guardarle con i suoi occhi. Ugualmente è all’improvviso costretto a sentire gli odori e percepire la realtà al di fuori del filtro elettronico impostogli dalle regole di ingaggio militari cui si è volentieri sottoposto quando si è arruolato. Il modo in cui il soldato guarda la realtà senza sistema di decodifica preimpostato, su cui ha basato il suo addestramento e le sue certezze, gli provoca shock, perché si rende conto che i principi per cui lotta e rischia la vita sono delle bugie senza alcun fondamento nella realtà. D’un tratto, caduto il sistema di pensiero, la giustificazione e l’intero castello di carte, capisce che non fa niente altro che uccidere persone esattamente come lui.

Ma dietro il disgusto, la raggiunta consapevolezza delle menzogne, la necessità morale di non ripetere più gli abomini, sta ben nascosto ma ben presente anche il rimpianto. Come si fa a vivere dentro una pantomima, una volta che hai visto gli attori senza maschera? Questa efficace rappresentazione non ha soluzione al di fuori della narrazione di fiction e provoca in genere una rottura da cui non si torna più indietro. Nel mondo distopico di Black Mirror, invece, il rimedio esiste: cancellare la memoria di quello che è successo, essere riammessi nel mondo rassicurante e passare il resto della vita in ammirazione di uno scenario in rovina, convinti dai filtri bellezza che sia lo spettacolo più meraviglioso di sempre.

Black Mirror ancora una volta porta la distopia nel documentario, non tanto nell’interpretazione metaforica del sistema di pensiero degli obblighi militari, quanto nell’esposizione del disagio provato davanti alla percezione della realtà senza filtri.

Che i militari abbiano bisogno di credere nello scopo della loro missione per uccidere lo sapevamo; che la percezione priva di filtri bellezza sia disfunzionale alla vita in società, qualcosa da non augurarsi e da cui fuggire, è un pensiero da scacciare e tenere lontano, perché è un attimo e torniamo anche noi a sentire l’odore delle cose.

Per esempio, stamattina, di fronte alla solita teoria di video sgranati di gente ubriaca nelle Stories Instagram, m’è venuta un’angoscia esistenziale infinita. Cazzo c’avete da ridere? Ma non era meglio quando non avevamo gli strumenti per constatare quanto non interessanti e tutte identiche fossero le nostre esistenze? Per oggi non credo sia possibile tornare indietro. Domattina speriamo si resetti tutto.

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matrimonio a prima vista

Il 19 maggio su sky uno è andata in onda la prima puntata di “Matrimonio a prima vista – Italia”, un reality in cui un uomo e una donna decidono di sposarsi senza essersi mai visti prima. Il giorno in cui si sposano è anche il giorno in cui si vedono per la prima volta.

Il format lo conoscevo già, lo avevo visto in versione originale americana, ma in qualche modo vederlo tradotto nella lingua dei nostri matrimoni me lo ha fatto vedere con occhi diversi: i parenti (che negli Stati Uniti praticamente neanche si vedono) che ci rimangono male, il rapporto con gli amici e le famiglie, il nostro rito civile.

Se le grandi storie nascono dalla messa in conflitto di diversi personaggi, in un ambiente che li costringe costantemente a scontrarsi (Ombre Rosse, anyone?), il matrimonio è la Casa del Grande Fratello definitiva, e da questo punto di vista è la logica e inevitabile conclusione del filone dei reality di interazione umana.

E siccome l’interazione umana è un reality, è anche la cosa più sensata che il matrimonio sia in un certo senso la conclusione – nel senso del compimento – dell’interazione umana in quanto tale.

Le spose che prima di entrare a conoscere il loro sposo – davanti a tutti: i genitori e gli amici, i genitori e gli amici di lui – si mettevano a piangere, agitate, e gli sposi che sudavano aspettando che si aprisse la porta, mi hanno commosso: non solo perché evidentemente ho qualche ormone fuori posto, o perché io ai matrimoni piango, anche a quelli che si celebrano su RealTime. Mi hanno commosso perché ci ho visto degli assoluti umani, in quell’agitazione: chi non è agitato, pochi momenti prima del suo matrimonio? Chi non ha paura, prima di compiere quello che dovrebbe essere il suo passo definitivo nel mondo delle relazioni? Chi non esita, prima di iniziare il resto della sua vita con qualcun altro? La paura di star facendo una cazzata, la più grossa della vita, ce l’hai anche se la persona che vai a sposare la conosci da dieci, cinque o tre anni. La speranza di riuscire a costruire qualcosa, la voglia di farlo, anche. La coscienza di un salto nel vuoto, di entrare in qualcosa di gigantesco e terrificante, ma al tempo stesso magnifico e indispensabile, c’è in egual misura.

Forse il matrimonio tra estranei è la forma più pura di matrimonio, la rappresentazione più precisa: l’ingresso con una carovana di elefanti dentro la vita di qualcun altro, la condivisione imposta degli spazi, della colazione, del telecomando; la messa di fronte al fatto compiuto dell’esistenza di qualcun altro oltre a se stessi.

Conosco una persona che dice sempre che il matrimonio è una cosa contro natura: e ha ragione. La natura è stare comodi, per cazzi propri, non dover discutere allo sfinimento su temi come a che ora uscire di casa. La natura è dormire in un letto con spazio a disposizione, senza il rumore di qualcuno che russa a tremila decibel. La natura è non dover discutere di cosa mangiare, non dover chiedere il parere di qualcuno sulle proprie scelte, non doversi sforzare di esprimersi o farsi capire, non dover rallentare perché altrimenti la persona seduta sul sedile passeggero va in ansia. Pensare di fare qualcosa che vada contro la natura, contro la perfetta solitudine egoistica per cui siamo ovviamente stati programmati è da folli, da sconsiderati, da destinati al fallimento.

È in questa follia senza senso che per me sta il senso dell’amore.

Scegliere scientemente di andare contro ogni tendenza naturale per dividere la pizza, le serie tv, il letto, l’acqua del boiler, in uno squilibrio collettivo che ti fa pensare, mentre tutte le evidenze scientifiche dicono il contrario, che le cose si facciano meglio in due.

Questo è il motivo per cui gli sposi che non si conoscono mi commuovono: loro non lo sanno, ma è così per tutti. Ogni giorno. E la cosa incredibile è che invece di chiederti chi te l’ha fatto fare, ti chiedi come potresti mai fare senza.

Dopo dieci anni (sì, dieci anni oggi) ho smesso di cercare di capire il perché di questa anomalia: è la cosa più bella che mi è mai successa, la cosa più grande che ho mai fatto, e forse non voglio sapere come funziona, non mi interessa. Voglio solo continuare a farla ancora per tantissimo tempo.

Auguri, amore. Buon anniversario.

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di Parigi, paura e porte aperte

A Parigi in questi giorni c’era l’Open Airbnb, il meeting mondiale degli host Airbnb. Due settimane fa, a un meetup romano, ho conosciuto una signora che sarebbe andata all’Open e a visitare Parigi per la prima volta, non mi ricordo se col marito o meno, lasciando a Roma figli e cane. Il mio cervello aveva difficoltà ad elaborare l’informazione di quello che stava succedendo ieri sera nel suo complesso, e continuavo a pensare a questa signora che non aveva mai visto Parigi, ai figli e al cane a casa, a come si può morire così. Alla faccia dell’ospitalità e di aprire le porte, mi sono detta, Airbnb ha scelto proprio un momento perfetto per fare il meeting mondiale, poracci.

E invece poi i Parigini le hanno aperte sul serio, le loro porte, e lì ho capito che è rimasto un solo modo di reagire. Bisogna smettere di avere paura, non cedere alla tentazione di rinchiudersi dentro casa a doppia mandata. Non mi era mai stato chiaro come adesso che non si risponde alla morte con la morte, che l’unico modo di rimanere vivi è continuare a vivere.

La signora poi ho saputo che sta bene, e non sono mai stata così felice di avere consegnato la mia esistenza a Mark Zuckerberg.

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Due parole sul diritto al bacon

Eventualmente qualcuno avesse voglia di informarsi, invece di condividere le cagate di Repubblica e altri luminari del settore alimentazione che al posto di notizie e studi pubblicano slogan cretini, ecco alcuni suggerimenti.
Libri:
Pollan, leggetevi tutto, cominciate con “Il dilemma dell’onnivoro”.
Schlosser, “Fast food nation”.
Moss, “Salt Sugar Fat”.
Bressanini, “Pane e bugie”.
Documentari:
“Fed Up”
“Food Inc.”
Ho un quoziente intellettivo nella media, mangio carne e cibo spazzatura abbastanza regolarmente e sono stata capace di informarmi senza andare nel panico temendo che il mio sacro diritto alla salsiccia mi venisse tolto. Ho anche letto “Se niente importa” di Safran Foer senza diventare vegetariana, pensate un po’! (Ma non ve lo consiglio perché non ci deve essere neanche l’ombra del sospetto che qui si stia parlando di veg o non veg, e per lo stesso motivo non vi consiglio il documentario “Fork over knives”.) Daje, potete farcela anche voi. Oppure potete continuare a pensare che “mangiare” sia ancora un atto naturale, nel 2015, e che non sottintenda alcuna scelta, e non necessiti di informazione o consapevolezza. In fondo una cosa che si fa quattro volte al giorno tutti i giorni per tutta la vita che importanza vuoi che abbia.
Distinti Salumi.

(originariamente postato su FB)

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contro la sagacia coatta

È iniziato con la sagacia generica. Tutti devono essere sagaci, tutti devono avere qualcosa di brillante e azzeccato da dire. Le frasi fatte e i luoghi comuni sono ritenuti imbarazzanti, non si può accettare una conversazione che non sia sopra un certo livello di ironia, citazioni colte, riferimenti intelligenti. Fare conversazione è diventato estenuante: un continuo duello con l’avversario, una gara a chi la dice più bella, la riduzione di qualsiasi argomentazione a battuta, motto arguto, headline che inizia in un modo e però poi invece finisce con una sorpresa e fa ridere. Madonna che palle, non puoi salutarmi e basta? No, hai questa necessità, mentre mi saluti, di farmi sapere quali film hai visto, libri hai letto, canzoni hai ascoltato. Mi viene voglia di alzare la radio, sperando che passi una canzone che ti fa schifo, per farti tacere o fuggire e liberarmi da questa pantomima.

La forma scritta, che io ingenuamente avevo sempre ritenuto un modo perfetto di comunicare, perché dava il tempo di esprimersi, di trovare le parole, è diventata invece, proprio per l’opportunità di potersi fermare a trovare le parole, la doppia mandata della prigione: adesso non esiste più nemmeno l’esprit de l’escalier, impossibile rimanere senza parole, farsi venire in mente la risposta giusta quando è troppo tardi, come tutti gli esseri umani normali. Si poteva, per fare qualcosa di nuovo, stare zitti, e invece no. È un turbine di sgomitate e soddisfazione per quanto si riesce a essere intelligenti, furbi, rapidi.

Ormai non ci si salva neanche più con «i depressi, che sollievo»: anche loro hanno scoperto il modo di ammorbarci con le battute argute su quanto sono depressi e quanto è brutta la loro vita. Come se fosse un vanto avere una vita brutta, e assillare il prossimo con la propria mancanza di entusiasmo, espressa però in modo molto divertente. (Che poi vabbè, ci si potrebbe anche interrogare sulla definizione di “divertente”, ma non è questa la sede.)

Che questa sagacia coatta abbia sostituito ogni forma di pensiero appare chiaro soprattutto pensando a quella che una volta, quando eravamo fortunati e si stava meglio quando si stava peggio, e lo small talk era una cosa normale (d’altra parte di cosa cazzo devi parlare con la gente che conosci a malapena), era chiamata la livella: la morte, di fronte a cui gli orpelli umani diventano infiocchettamenti inutili. La morte, quando non c’è mai la cosa giusta da dire, e allora sì, «Condoglianze» è l’unica soluzione sensata, l’unica possibile, e va bene così. Ecco, no. Oggi abbiamo creato questa bellissima innovazione di prodotto che è la sagacia coatta applicata all’ambito funerario: anche la morte di qualcuno, adesso, è occasione di sfoggio di competenza nella redazione di frasi brillanti.

Le battute ci hanno rubato l’anima, la sensibilità, la vita. La sagacia coatta ha sostituito il contenuto della comunicazione con la sua forma. Non ha più un senso dire qualcosa, se non provoca sgomitate. Non ha più senso esprimere qualcosa, se non serve a raccogliere consensi.

Ero già stanca della sagacia coatta dieci anni fa, quando sognavo di sostituire le magliette con le scritte intelligenti con abiti da impiegati del catasto; adesso è proprio odio, voglia di seppellire i raffinati battutisti sotto una slavina di luoghi comuni, banalità, frasi fatte.

D’altra parte, se qualcuno queste frasi le ha fatte, ci sarà un motivo: ed era proprio quello di impedire alla gente di parlare a cazzo, risparmiandoci le esternazioni brillanti, per lasciarci a riflettere su quello che succede, invece di pensare a come commentarlo meglio degli altri.

Ma noi no, noi dovevamo per forza fare i simpatici.

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quando ha chiuso Il Bagatto

Il Bagatto era il pub della gioventù maledetta, le poche volte che sono riuscita ad andarci (stretta tra coprifuoco anacronistici e fughe notturne improbabili) mi si sono impresse a fuoco nella memoria le immagini di questi ragazzi grandi coi cappotti di pelle, i maglioni sdruciti, gli anfibi. Il fumo che faceva la nebbia, fumo di sigarette eccetera, e questi ragazzi che erano tutti bellissimi, che sembravano tutti usciti da un video dei Nirvana. Mi bevevo una Dudemon in un sorso e mezzo, e mezz’ora dopo ero già così concia che sicuramente quei ragazzi non erano poi così belli, ma insomma, quello che conta è il ricordo, la gioia di quelle mezz’ore in cui sono riuscita ad esserci, il modo in cui mi sentivo: padrona del mondo, fighissima, al centro dell’universo, anche se era un pub piccolissimo, in una piazza piccolissima, in una città alla periferia dell’impero, in cui il massimo che poteva succedere era NIENTE, ASSOLUTAMENTE UN CAZZO. A un certo punto, credo fossi all’ultimo o penultimo anno di liceo, il Bagatto ha chiuso: la fine di un’epoca, la fine di un sogno. Ha riaperto, tempo dopo: sotto forma di pub pettinato. Ma anche se fosse rimasto sporco, non sarebbe mai stato più lo stesso, era ovvio.

Poi c’è stato il Blackout. Ci andavo tutti i giovedì, con gli ingressi gratis dei flyer raccattati da Disfunzioni Musicali e le lattine di birra infilate in tutte le tasche interne, esterne e tutte le maniche possibili. Ero diventata un’habitué del quartiere e trovavo subito parcheggio nella piazza del mercato sotto via Saturnia, coi buttafuori ci salutavamo come amici. Al Blackout c’era una specie di comitiva (anche se non ci conoscevamo), formata dai classici tipi da serata rock, cui avevo affibbiato soprannomi come alla gente dei paesi: il cicciottone che fa headbanging (Arancina), quello magro allampanato calvo che si gasa per i CCCP (Sify, da sifilide) il darkettone accompagnato dalla figa spaziale in mutande che balla solo le canzoni dei Cure (Marylin Manson), la bonazza col body strappato che balla da sola (Anouk). Non mi ricordo quando ha chiuso, lasciando spazio a una pizzeria (premonizione dell’importanza che i carboidrati avrebbero preso nella mia vita, al posto del ballo), non so più se ero ancora all’università o già a Milano. E poi ha riaperto. In un altro posto, sulla Casilina, ero già di nuovo a Roma. Sono andata alla serata inaugurale, ma ovviamente, e non solo per ragioni di location, non poteva più essere la stessa cosa.

La stessa importanza epocale del Bagatto e del Blackout per me l’ha avuta Friendfeed. Ci ho conosciuto la quasi totalità delle persone che frequento a Roma, oltre a un sacco di altra gente che vive altrove, con cui parlo quotidianamente (con modi di dire autoctoni che da tempo uso anche offline) e che spero sinceramente di incontrare o rivedere presto. Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei corso quasi ottocento chilometri da maggio scorso a oggi (non vi ringrazierò mai abbastanza). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai imparato a truccarmi da signorina (non sto scherzando). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai potuto rendermi conto che senza discussioni non c’è neanche dialogo (imparare dai flame, guarda già come la malinconia migliora i ricordi). Se non ci fosse stato Friendfeed non avrei mai potuto assistere ai meravigliosi incidenti stradali, allo svisceramento di tutte le tematiche importanti dell’universo, alle battaglie ideologiche del pesto contro il ragù, alla genesi, evoluzione e scomparsa di personaggi mitici come Monique e Luisa8. Vabbè, è impossibile spiegare cosa succede quando ti chiude il baretto del cuore, perché non sta chiudendo solo il baretto ma sta finendo un’epoca, e le epoche non tornano. Quando ho iniziato a leggere La Banda dei Brocchi mi hanno subito detto che il seguito del libro, Il Circolo Chiuso, non è bello uguale. È vero, ma solo nel modo in cui essere grandi, con le rogne e le bollette, non è bello come essere ragazzini, avere tutta la vita davanti e pensare ancora che tutti i propri sogni siano realizzabili. Però possiamo sempre diventare vecchi babbioni rincoglioniti insieme, e questa, per quanto mi riguarda, è la più bella prospettiva.

See ya on the other side, brotha.

ps: se ci fosse stato Friendfeed ma non ci fosse stato Achille, non so se mi sarei iscritta. È lui che, alla fine del 2008, me ne parlò. Achille è anche il blog nel cui blogroll c’era quello che poi è diventato mio marito. Achille, forse ti devo qualche migliaio di birre.

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Ho incontrato, una volta, il paese reale

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La tenera vecchietta nana di fronte a me stava mettendo nel carrello il Vipiteno nel vasetto di vetro, lo stesso che avevo preso io, solo che io l’avevo preso perché ci dovevo fare lo yogurt con la yogurtiera, mentre lei lo aveva scelto di sicuro perché era in offerta, e con la sua misera pensione di vecchietta nana e indifesa faceva fatica ad arrivare a fine mese, ne ero certa. Mi sono sentita in colpa, quando l’ho urtata per sbaglio con la borsa passandole dietro per andare a recuperare la mia spesa da radical chic di merda che conteneva uno yogurt preso per fare dell’altro yogurt e del sale per lavastoviglie “di origine naturale”. Mi sono sentita in colpa perché io stavo lì a chiedermi la differenza ontologica tra sale da lavastoviglie normale e sale da lavastoviglie naturale, scegliendo quest’ultimo per simpatia verso il brand Winnys nonostante il sovrapprezzo di ben venti centesimi, mentre lei poveraccia sicuramente contava i centesimi per mangiare, con quella lista della spesa in stampatello che pareva scritta da un bimbo.

Ho dovuto distogliere lo sguardo da quella lista della spesa per concentrarmi sul tetris per riporre nella mia shopper di tela di Eataly il litro di latte per fare lo yogurt, lo yogurt per fare lo yogurt, il sale naturale da lavastoviglie e il sapone piatti (più una bustina di noci sgusciate causa improvviso attacco di famazza) e avevo quasi finito quando sento dire alla mia sinistra “Eh, sono tornate” e alzo lo sguardo. Era la tenera vecchietta, che mi mostrava un quotidiano ripiegato. Ho strizzato gli occhi per mettere a fuoco (con le lenti a contatto ogni tanto faccio fatica, e sì, avevo le lenti a contatto perché quella mattina ero andata a correre, io sì che mi potevo permettere il lusso di fare le cose trendy come andare a correre, mentre invece la vecchietta stava lì che si trascinava faticosamente a ritirare la sua misera pensione). Era la prima pagina de Il Tempo, con la foto delle due cooperanti tornate dalla Siria. Ho sorriso, che tenera la tenera vecchietta, a gioire per il ritorno di queste due ragazze, come fossero due sue nipotine, e le ho risposto gioiosa “Sì, ha visto? Finalmente!”, ma non mi ero resa conto che la vecchietta non stava condividendo il mio sorriso. “E noi adesso dobbiamo pagare?” Sono rimasta per un secondo interdetta, come se mi fosse arrivata una borsettata in pancia. Ma mi sono ripresa subito, e sempre sorridendo, ho risposto con la massima calma “Certo che dobbiamo pagare. Ci mancherebbe.” La vecchietta, ormai ai miei occhi non più molto tenera, continuando a sventolarmi la copia de Il Tempo quasi in faccia s’è innervosita e ha cominciato a girarsi verso il resto della gente alla cassa: “Ma chi, io? Lei? Tutti noi?” Ho risposto interrompendola quando stava per farmi notare che le due erano andate in Siria di loro volontà eccetera eccetera eccetera. “Certo, signora. Se la smettiamo di aiutare il prossimo, siamo finiti. La razza umana è finita.”

Non sono una persona polemica, odio le discussioni più dei capelli nello scarico della doccia, quando non sono d’accordo al massimo abbozzo, e infatti non sono capace di chiudere una discussione like a boss. Nella migliore delle ipotesi, ore o giorni dopo, un fulminante attacco di esprit de l’escalier mi fa desiderare di essere morta. Questa volta, però, ho deciso di correre il rischio dell’effetto Baci Perugina, in barba alla mia ignoranza in tutte le materie che non riguardino il frivolo, principalmente perché mi rodeva il culo che la vecchietta ex tenera desse per scontato che ero d’accordo con lei, che fossimo una comunità. No signora, guardi, I don’t do vecchi imbecilli, a meno che non siano Rintronisti di Maria De Filippi.

Morale della favola 1: non andrò mai più a fare la spesa di mattina durante la settimana.

Morale della favola 2: pensavo di essere diventata impermeabile (per esempio un paio di mesi fa ho seguito una discussione intera sul tema “Asili comunali in situazioni penose vs zingari che non pagano acqua ed elettricità” con l’eleganza di uno spettatore di Wimbledon), invece no, prima o poi arriva sempre il momento in cui gna fai più. Ognuno ha il momento che si merita, io ho avuto la tenera vecchietta al supermercato.

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13 dicembre – ode al cibo invernale

Ho passato 6 anni della mia vita a Siracusa e quando penso al 13 dicembre, festa della Santa Patrona, mi viene in mente una sola immagine: i tavoloni di marmo alla fiera, e i torciglioni di zucchero giganti. Sant’Agata, invece, è un panzerotto con formaggio e acciuga. L’inverno in generale sono i totò (ma esistono nel resto del mondo?) e le zeppole, dolci e salate. L’inverno nei posti vicino al mare: non c’è cosa più angosciante del buio alle 16 e dell’umidità costante che ti si appiccica a tutto, piumone compreso. Poi sarà che lì ci ho passato l’adolescenza, che nei romanzi è “il momento più bello della vita” mentre nella vita è una sfilza di dimenticabili momenti di angoscia misto inadeguatezza misto vestiti orrendi misto insicurezza misto brufoli misto delusioni, ma niente mi mette più tristezza del pensiero di quei pomeriggi di buio eterno, coi quaderni dei paradigmi di latino e greco e l’ansia di dover leggere ben due o tre pagine di storia senza averne la benché minima voglia.

Un inverno meno angosciante sono le feste a Roma, col buio pomeridiano interrotto dal casino in centro, le luci, quelle cose lì. La sera della vigilia, pur essendo sempre stato un evento clou (siamo l’unico Paese in cui lo è), ha piatti di cui non ho memoria, almeno personale. Quella acquisita, invece, grazie allo sposalizio, e di cui vado orgogliosa, e dalla quale spero presto di essere assimilata (il mio sogno è riuscire a dire “Mò ce vò” con cognizione di causa), è ricca di riferimenti degni di nota come le linguine all’astice: il fatto che sia pesce è un pratico escamotage per mangiare un chilo e mezzo di ottima, indimenticabile sugna anche in un pasto che dovrebbe essere “di magro”. L’altra mia passione, l’insalata di rinforzi, è ciò che più si avvicina alla mia idea di un’insalata civile, che non sembri fieno. La costante natalizia, però, per me è la frutta secca. “Per me”, come se non lo fosse per tutti. È che mi ricordo di come prendevo in giro mio padre, per la sua fissa per datteri, fichi, noci, fichi ripieni di noci, datteri ricoperti di fichi ripieni di noci, fichi ricoperti di cioccolato, quando invece era lui che aveva capito tutto, e io che come al solito non capivo una mazza. Me ne sono dovuta andare dall’Italia (in Spagna per due anni, in Turchia per una settimana) per capire il capolavoro che è la frutta secca, quando mio padre l’aveva capito standosene in poltrona. Ubi maior. (I datteri, ingiustamente schifati dai più, avvolti in una fettina di bacon e ripassati in padella sono la cosa più buona dell’universo. Mi ringrazierete.) Lo stesso discorso si potrebbe fare per i torroncini, le bucce di arancia o limone candite e ricoperte di cioccolato, i marron glacé. Li ho sempre disprezzati, imbecillissima. Adesso potrei alimentarmi solo di loro. Curioso, oppure appropriatissimo, che ciò sia coinciso con la scomparsa totale del mio metabolismo. (Probabilmente si chiama “disturbo alimentare legato allo zucchero”, ma meglio non indagare.)

E io non sono un’amante dei dolci. Urge quindi bilanciare le carrettate di dolciumi di cui sopra con piatti salati che fanno il mio inverno adesso e che senza indugio sceglierei mille volte al posto di qualsiasi Mont Blanc: la polenta con le spuntature, per me Regina della Sacra Sugna Invernale. Le zuppe e le vellutate. La zucca in ogni sua manifestazione, dal tortellino, al risotto, alla vellutata, alle fette al forno. L’inverno è superiore all’estate per tanti motivi, uno di questi è la naturale richiesta di cibo più calorico dovuta al clima. Sarà per questo che amo tanto la cucina di montagna.

Degli eventi fondamentali della mia vita, dei posti che ho visitato, delle cose speciali che mi sono successe, ricordo poche cose a parte chi c’era di importante per me, e sono sempre: come ero vestita e cosa si è mangiato. Una vita s-candita dalla sugna.

Ci rivediamo per la versione primavera/estate di questo post, con le lamentele sul caldo, le odi alla bontà delle torte salate e delle fave, la gioia dell’agnello pasquale e dei dolci a base di ricotta. (Ops, era uno #spoiler!) Buone e grasse feste a tutti.

Polenta Formaggio Funghi Salsiccia
La foto è brutta ma il piatto OH, BOY. Passo delle Erbe, Agosto 2014
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Run baby run

RUN4FOOD

  • Che non muoio dopo, e neanche durante (anche se durante, alle volte, sono certa che accadrà)
  • Che i cornetti col cioccolato bianco, i muffin ai mirtilli e le fonzies assumono tutta un’altra aria, molto più rispettabile, così come io che li mangio
  • Che come sopra, applicato alla pizza, alle BBQ Ribs e alla Baked Cheddar di TBone, al cuoppo di fritti
  • Che ogni volta esco pensando “non ce la faccio, ho sonno” e ogni volta ritorno che ho fatto tutto, anche meglio di come diceva Endomondo
  • Che la roba tecnica Nike è molto figa
  • Che la musica tamarra non solo è giustificata, ma migliora le performance (Buon ascolto. No, non ringraziatemi, non c’è bisogno.)
  • Che nei parchi si vedono sempre cose stupende la mattina presto, dai cani (sempre gli stessi, sempre alla stessa ora) agli scoiattoli alle coppie di anzianissimi che fanno la passeggiata mattutina insieme
  • Che torni quando il resto del mondo si sta mettendo in moto, e c’è ancora tutta la giornata davanti
  • Che quella giornata, comunque andrà, sarà sempre una giornata in cui hai portato a termine una cosa che neanche tanto tempo prima pensavi di non essere in grado di fare
  • Che questo post doveva chiamarsi “i miei primi 5k”, invece adesso si potrebbe benissimo chiamare “i miei primi 10k”.

Ma soprattutto, quello che mi piace della corsa, è che è il mio primo, vero sport, nel senso di essere stato scelto da me e praticato consapevolmente, senza il kalashnikov di una madre o di un programma scolastico alle spalle. E questo sport mi ha insegnato nella maniera più efficace possibile, quella fisica, una delle cose più utili che ho mai imparato, e cioè che c’è solo un modo per fare le cose: farle.

(Lo so, parlano tutti di running. A me non piace parlare delle cose che mi piacciono perché parto dal presupposto che non debbano necessariamente piacere anche al resto del mondo, ma questa è una scoperta sensazionale.)

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Le foto (carine) di cibo (carino)

Era il capodanno 2008 e io prendevo in giro i turisti giapponesi dell’altro tavolo perché fotografavano tutte le portate. Mi sembrava un’attività da imbecilli. E però ero ingenua, perché non mi aspettavo che poi, tutte quelle foto di cibo, la gente avrebbe cominciato a condividerle.

Peggio delle foto di cibo c’è solo chi le parrucca coi filtri di instagram, le hashtagga e poi le posta. Non ce l’ho col cibo, vorrei che fosse chiaro: io il cibo lo amo, lo venero, lo rispetto. E per questo, lo celebro nell’unico modo che secondo me ha un senso, se non si sta facendo uno shooting: mangiandolo.

Se quando ti arriva il cibo nel piatto hai tempo per fotografarlo dall’angolazione migliore, condirlo con filtri e #yummy #omnomnom #gnam #fame forse non vuoi davvero mangiarlo. Questo spiegherebbe perché pesi 50 chili pur postando costantemente foto di torte carine, cupcake carine, pastasciutte carine, zuppe carine, fritture carine. Perché è chiaro che poi quella roba tu la butti, o la vomiti. Ma questo è anche quello che mi fa innervosire: il cibo non è un ornamento, un oggetto di design, una applique della tua personalità (come il tuo animale domestico, o tuo figlio, o la tua metà). Il cibo è una cosa sacra, bella, assoluta. Puoi fare foto belle di cibo, se sei capace, ma non carine. Le foto carine di cibo carino hanno rotto il cazzo. Hanno rotto il cazzo i colori pastello, le formine simpatiche, i desaturati, le composizioni, le immagini che hanno il solo scopo di presentare quanto è carino il prodotto.

Non voglio dire che uno non abbia il diritto di fotografarsi il suo hamburger, io lo faccio alle volte: vi farei salutare il Completissimo, ma la foto è per uso privato e non gli rende giustizia (anche perché ci ho pensato io, a rendergli giustizia).

Ciò che contesto è la categoria del carino applicata al cibo, in particolare al food porn. Mi va bene che il food porn professionale sia plastico, perfetto, pop, poco credibile, anche se irresistibilmente attraente. Ma non posso tollerare che l’amateur cada in mano a questi cretini infiocchettati. Voglio vedere la frittura di pesce, la parmigiana, le patate arrosto. Voglio vedere i sughi, le ganache, i mont blanc. Voglio vedere il cibo vero, e lo voglio vedere tutto. Non mi interessa il rischio terrible food photography, sono disposta a correrlo. Voglio la favola. Voglio sugnare.

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